Dopo quel 22 maggio 1873: la secondaria di primo grado di Farigliano ricorda Alessandro Manzoni

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mercoledì, 22 maggio 2019

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22 maggio: dopo 146 anni l’intervista impossibile al più famoso Alessandro letterato italiano.

Il capoluogo lombardo, la città del Duomo, è sicuramente uno dei centri italiani in cui si svilupparono le idee di numerosi artisti ed intellettuali; tra questi si annovera un grande scrittore di fama internazionale, che è Alessandro Manzoni, nato il 7 marzo 1785 proprio nella città meneghina.

Camminando per le vie di questa città, mi sono fermata nel caffè davanti alla cattedrale gotica e qui ho trovato il grande genio letterario, seduto ad un tavolino, intento a bere un caldo cappuccino e a leggere il giornale “Il Corriere della Sera”.

Mi sono avvicinata a lui e, dopo essermi presentata, gli ho chiesto se cortesemente potevo porgli qualche domanda.

Ha risposto con un sorriso e mi ha detto di seguirlo fino a casa sua, in centro, dove mi avrebbe fatto vedere il suo studio. Arrivati davanti ad una grande casa, ha aperto la porta e mi ha fatto entrare. Davanti a me c’era una grande scala di marmo che portava al piano superiore. Siamo saliti al secondo piano e mi ha fatto accomodare nel suo studio, da dove si può scorgere un bel panorama sui tetti milanesi.

Ci siamo seduti su due morbide poltrone e ho cominciato l’intervista chiedendo: «Questo è il suo studio? È molto spazioso e ben decorato, trascorre molto tempo qui?»

«Sì, qui la maggior parte della giornata leggo, scrivo, mi riposo… Questo è il luogo in cui ho composto le mie opere principali, dagli “Inni Sacri” ai “Promessi sposi”.»

«Lei è sempre vissuto in questa casa con i suoi genitori? Chi erano?»

«Beh, diciamo che sono cresciuto qui, i miei genitori erano il conte Pietro Manzoni e Giulia Beccaria, la figlia dello scrittore Cesare Beccaria. Quando si sono separati, io sono stato in molti collegi religiosi, dove ho cominciato i miei primi studi e poi per qualche anno a Parigi.»

«Il fatto che suo nonno fosse uno scrittore ha influito sulla nascita del suo amore per la letteratura?»

 

«In parte sì, lui lavorava qui a Milano nell’Accademia dei Pugni e fin da bambino sono vissuto in una casa in cui si discuteva molto di scrittura. Per un periodo ho cercato di seguire le sue orme, ma poi mi sono creato uno stile personale.»

«Lei è vissuto anche a Parigi, come ha trovato quest’esperienza?»

«Dopo gli studi ho raggiunto mia madre nella capitale francese, e vivere in una città, “culla” di molti intellettuali mi è servito ad arricchire la mia formazione culturale. Spesso nei locali ho incontrato gli scrittori francesi, i cosiddetti “philosophes engagés”, con cui ho scambiato pensieri, idee e stili di scrittura.

Inoltre a Parigi ho incontrato la mia prima moglie, Enrichetta Blondel, una ginevrina calvinista che si era appena convertita al cattolicesimo, e così anche io mi sono riavvicinato molto alla religione, sviluppando la profonda Fede che mi caratterizza.»

«Una volta sposato cosa fece?»

«Sono tornato a Milano e ho cominciato la stesura delle mie opere principali: i cinque “Inni Sacri” che parlano delle ricorrenze cattoliche principali, due tragedie “Adelchi” e “Il Conte di Carmagnola” e le due odi civili…»

«Parlando appunto delle odi civili, lei pensa sia importante che gli intellettuali si occupino delle questioni sociali?»

«Sì, a mio parere è molto importante. Io nelle due odi ho parlato di argomenti popolari, ma anche nel romanzo. In “Marzo 1821” ho trattato dei moti che hanno incendiato il Nord in quel periodo, mentre ne “Il cinque maggio” ho parlato della morte di Napoleone, un generale molto famoso in Italia e in tutta Europa.

In più, anche se indirettamente, ho preso parte al Risorgimento, firmando la petizione inviata a Carlo Alberto affinché intervenisse in aiuto della Lombardia appena insorta.»

«A proposito de “Il cinque maggio” cosa può raccontarmi?»

«Ho scritto quest’ode in occasione della morte del grande Napoleone Bonaparte, avvenuta appunto il 5 maggio 1821.»

«Lei pensa che le opere del generale siano state gloriose?»

«Il Corso ha vinto molte battaglie, ma è anche stato sconfitto duramente a Lipsia nel 1813 e a Waterloo il 18 giugno 1815. “N.” è stato un grande “arbitro” perché ha governato tra due secoli molto diversi tra loro, anzi contrapposti: il Settecento e l’Ottocento, dominati rispettivamente dall’Illuminismo e dal Romanticismo. Non so se sono state “vera gloria” e come ho già scritto “ai posteri l’ardua sentenza”!»

«Però lei non si è soffermato molto sulle sue opere, ma più sui suoi ultimi momenti, perché?»

«Io ho voluto solo accennare alle sue gesta, ma ero interessato soprattutto a raccontare il suo stato d’animo nel periodo dell’esilio a Sant’Elena, durante il quale si rattristiva, pensando al suo glorioso passato. E quindi ho raccontato del momento in cui la sua anima viene presa da una “man valida”, cioè Dio, che la porta in Paradiso, dove viene accolta con gioia dalla Fede.»

«Quali sono i principali elementi che caratterizzano le sue opere?»

«Io amo la verità e quindi studio approfonditamente le fonti attuali e del passato che devo inserire nelle opere e in ognuna di esse inserisco rimandi alla Divina Provvidenza, perché è la forza che volge verso il bene le azioni di coloro che credono, senza discriminazioni.»

«Come devono essere per lei le sue opere?»

«Devono avere l’utile per iscopo, il vero per soggetto e l’interessante per mezzo! Cioè devono parlare di avvenimenti reali o verosimili perché solo così possono essere utili al lettore, dando un insegnamento morale o rafforzando la sua Fede. E poi devono essere interessanti, affinché si diffondano tra il popolo.»

«Cosa lo ha spinto a scrivere invece il romanzo “I promessi sposi”?»

«Un giorno stavo cercando dei libri e ho trovato un antico manoscritto del ‘600 che narrava questa storia, allora ho deciso di tradurlo affinché tutti potessero leggerlo. Ho inserito anche dei miei punti di vista perché, avendolo già letto, ero “onnisciente”, conoscevo bene il finale e l’ordine degli avvenimenti. Così facendo ho avuto a disposizione due voci narranti: una parla dei valori seicenteschi, mentre la mia li confronta con quelli dell’’800.

Spesso ho preso anche parte al dolore dei protagonisti, come in “Addio ai monti” e anche alla loro felicità, per esempio, nella parte finale.»

«Perché ha scelto proprio il manoscritto che tratta di questo tema?»

«Ho scelto questo perché la storia si svolge nella campagna della mia regione in un’epoca molto difficile: la dominazione spagnola, iniziata nel 1559, vessa la popolazione; c’è una grande carestia e in più arrivano i lanzichenecchi, i mercenari tedeschi che devastano città e campagne diffondendo la peste. È il periodo tra il 1628 e il 1631.»

«Può, in breve, farmi il riassunto del romanzo?»

«Due giovani, Lucia Mondella e Renzo Tramaglino, vivono in un paesino lungo le sponde del lago di Como e si stanno per sposare. La vicenda comincia la sera del 7 novembre 1628, quando don Abbondio, che deve celebrare le nozze, riceve una minaccia dai bravi di don Rodrigo, il signorotto spagnolo invaghitosi di Lucia. A causa dei suoi pensieri malvagi, gli “sposi” si separano e, solo dopo molte avventure, si riuniscono e, liberi dal signorotto, si sposano.»

«Ci sono varie edizioni del suo libro? In che lingua lo ha scritto?»

«Sì, ci sono tre edizioni. La prima è del 1821, pubblicata con il nome di “Fermo e Lucia”, poi ho rivisto i contenuti e nel 1827 è uscita la seconda edizione con il titolo attuale; tuttavia, non essendo soddisfatto, ho riscritto l’opera in volgare fiorentino illustre, pubblicandola nel 1840.»

«Perché ha scelto questa lingua?»

«Volevo un idioma compreso da tutto e quindi sono passato al volgare, fiorentino perché l’italiano deriva da qui. Molti dicono che l’ho scritto dopo “aver sciacquato i panni in Arno”. Questa lingua è stata poi ripresa da altri nell’800.»

«L’incipit del romanzo è quasi uno “zoom cinematografico”, come dice Umberto Eco, come mai lo ha scritto così?»

«Ho voluto spiegare bene, in modo chiaro, il luogo in cui la vicenda comincia, così da poter far orientare il lettore all’interno del romanzo. Spesso ho fatto uso di espressioni ironiche, per esempio spiegando i maltrattamenti che subivano gli abitanti da parte degli spagnoli.»

«Io leggendolo ho notato che molte parole, quasi tutte, sono utilizzate in modo connotativo, e sono presenti anche molte similitudini.»

«Ho voluto, descrivendo esteticamente, anche dare al lettore una spiegazione che riguarda l’indole dei personaggi, come nel caso del palazzotto di don Rodrigo: la parola “chiuso” indica anche la separazione del suo potere dai poveri.

Uso molte similitudini perché aiutano a comprendere e sono dei riferimenti a poeti classici, cioè “rimandi ipertestuali”; si vede bene nella similitudine che chiude il toccante racconto della “Madre di Cecilia”, di tipo naturalistico, utilizzata anche dai poeti classici greci e latini».                                                                                                                                     «Lei anche con i suoi trattati è stato molto importante per la letteratura italiana e anche per l’unificazione linguistica del Pese. Oggi è considerato il simbolo del Romanticismo, insieme a Leopardi, ha ricevuto qualche riconoscimento?»

«Sì, molti premi e nel 1861 mi hanno proclamato senatore a vita. Io ho una grande passione per la letteratura e ad essa sono riconoscente perché ho passato dei momenti terribili a causa dei numerosi lutti famigliari, ma grazie alla scrittura ho trovato la forza di continuare: è il mio principale sfogo.»

«Quali sono i suoi progetti per i prossimi anni?»

«Vorrei continuare a scrivere per rafforzare la fede nei giovani che la stanno sempre più abbandonando e mi piacerebbe anche che tutti ricominciassero a leggere su carta, invece che sugli e-reader e sugli smartphone, perché solo così possono prendere voglia di comporre nuove storie.»

«Parlando appunto di tecnologia, cosa pensa dei social e di internet?»

«Sicuramente hanno una grande utilità e mettono in relazione tutta la popolazione, contribuendo alla globalizzazione, però bisogna farne uso con criterio, senza dimenticare le buone abitudini del passato».

«Noi a scuola abbiamo letto un brano di Tiziano Terzani riguardante le guerre, lei cosa ne pensa?»

«Anche io l’ho letto, e sono pienamente d’accordo con lui: non bisogna dimenticare il passato per non commettere gli stessi errori, ma, come dice Gandhi, bisogna scrivere una nuova storia, ponendo fine alle guerre una volta per tutte.»

 

Dopo avermi concesso l’intervista, mi ha fatto vedere le copie originali delle sue opere.

Ho ringraziato lo scrittore e mi sono di nuovo incamminata per le strade di Milano. Un bel sole marzolino rischiarava il tiepido cielo lombardo…

Sabrina C. – III F

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